Di Naman Tarcha
Le loro vite oscillano tra negazione familiare, emarginazione sociale e la disperata ricerca di libertà. Per molti giovani arabi della comunità LGBTQ+, l’unica via d’uscita rimane scappare verso l’Europa, dove però li attende un percorso di riconoscimento dell’asilo spesso irto di ostacoli linguistici e culturali.
In una società dove l’orientamento sessuale e l’identità di genere possono costare la vita, migliaia di giovani arabi LGBTQ+ vivono una quotidianità fatta di paura e speranza di fuga. Oltre a Guerre, conflitti e persecuzione, spesso cercare rifugio altrove è l’unica via d’uscita da Paesi che puniscono con la morte il fatto di essere “diversi”.

La realtà dei giovani LGBTQ+ arabi presenta una geografia complessa di discriminazioni e, anche, qualche possibilità. Nella maggior parte dei paesi del Medio Oriente l’amore omosessuale (ma solo in privato) non è considerato illegale, ma senza nessuna protezione, mentre i loro diritti non sono minimamente riconosciuti e anche la più semplice pubblicazione di qualsiasi materiale atto a promuoverli è severamente bandita.
All’interno di questo scenario, emerge una doppia realtà: da un lato, i giovani provenienti da famiglie benestanti riescono spesso a vivere una relativa normalità, proteggendosi dietro il privilegio economico e sociale che consente loro di mantenere riservatezza e, in alcuni casi, di viaggiare liberamente. Dall’altro, la stragrande maggioranza si trova costretta a vivere nell’ombra, tra il terrore della scoperta e la negazione della propria identità.

Negli ultimi anni, la situazione è ulteriormente peggiorata. Le interpretazioni conservatrici della legge della sharia nei tribunali locali hanno reso i comportamenti omosessuali fuorilegge e, complice il progressivo affermarsi dei diritti LGBTQ+ in Occidente, il Medio Oriente ha risposto con una chiusura. La polarizzazione geopolitica ha trasformato i diritti LGBTQ+ in un terreno di scontro ideologico, dove campagne anti LGBTQ+ diventate virali nei paesi arabi alimentano ulteriormente discriminazioni e odio.

Di fronte a questa realtà oppressiva, sempre più giovani arabi scelgono la via dell’emigrazione. Metà dei giovani arabi pensa di emigrare, e tra questi una percentuale significativa è costituita da persone LGBTQ+ che fuggono da persecuzioni legate proprio al loro orientamento sessuale o alla loro identità di genere.
L’Italia, come altri paesi europei, rappresentano le principali destinazioni per questi richiedenti asilo. Un numero significativo di questi richiedenti asilo sono persone (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali), che decidono di lasciare il proprio paese per scappare da persecuzioni di stampo omofobico, bifobico e transfobico.
Tuttavia, il percorso verso il riconoscimento della protezione internazionale si rivela spesso un’odissea burocratica e culturale. Le commissioni territoriali italiane ad esempio, si trovano ad affrontare casi complessi, dove le difficoltà linguistiche si intrecciano con barriere culturali profonde.

Uno dei problemi più significativi riguarda la presenza di mediatori culturali arabi all’interno delle commissioni. Spesso questi professionisti, pur essendo qualificati linguisticamente, non sempre dimostrano la sensibilità necessaria per affrontare tematiche LGBTQ+, riflettendo talvolta gli stessi pregiudizi culturali dei paesi di origine dei richiedenti. Questo può compromettere gravemente la qualità della traduzione e dell’interpretazione durante le Commissioni, momento cruciale per la valutazione della credibilità del racconto.
La mancanza di mediatori culturali “LGBTQ+ friendly” rappresenta un ostacolo significativo nel processo di riconoscimento dell’asilo, poiché i richiedenti spesso si trovano a dover raccontare le proprie esperienze traumatiche attraverso interpreti che potrebbero non comprendere o addirittura giudicare negativamente la loro condizione.

Nonostante la mancanza di statistiche precise disaggregate per orientamento sessuale e identità di genere, gli operatori del settore stimano che una percentuale crescente delle richieste di asilo provenienti da paesi arabi sia motivata da persecuzioni legate all’orientamento sessuale. Molti richiedenti asilo LGBTQ+, quindi, scappano dal proprio paese d’origine sulla base di persecuzioni subite da agenti statali e non, rendendo ancora più complessa la valutazione dei casi.
La necessità di riformare il sistema di accoglienza per i richiedenti asilo LGBTQ+ appare sempre più urgente. È fondamentale investire nella formazione di mediatori culturali sensibili alle tematiche di genere e orientamento sessuale, nonché nell’educazione delle commissioni territoriali, nonostante il loro impegno, la fatica e i grandi sforzi, per una valutazione più accurata e rispettosa di questi casi particolarmente delicati.

Solo attraverso un approccio più inclusivo e culturalmente competente sarà possibile garantire una vera protezione a chi fugge da paesi dove essere se stessi può costare la vita. Perché dietro ogni richiesta di asilo c’è la storia di un giovane che ha scelto la libertà di esistere, anche a costo di lasciare per sempre la propria terra.
La protezione dei richiedenti asilo LGBTQ+ non è solo una questione legale, ma un imperativo morale che riflette i valori di una società civile e inclusiva.
