Strage nella Chiesa di Sant’Elia a Damasco: il ritorno del terrore contro i cristiani siriani

Di Naman Tarcha

Una domenica di preghiera si è trasformata in tragedia nella capitale siriana, dove un attentatore suicida ha seminato morte e distruzione nella chiesa greco-ortodossa di Sant’Elia, nel quartiere cristiano di Dwelaa. Il bilancio della strage è drammatico: almeno 30 morti e oltre 90 feriti, di cui 43 in condizioni gravi.

L’attentatore, secondo le ricostruzioni delle autorità siriane, era munito di una cintura esplosiva che ha fatto detonare tra i fedeli durante la messa domenicale. Le immagini diffuse sui social media mostrano l’interno della chiesa completamente devastato, con i corpi delle vittime sparsi tra i banchi distrutti dall’esplosione. Ad evitare il peggio, è stato il coraggio di due persone tra i fedeli, che si sono accorti subito e si sono buttati addosso all’attentatore. 

Le autorità siriane hanno attribuito l’attentato al gruppo terroristico dello Stato Islamico (ISIS), che continua a operare con cellule dormienti nel territorio siriano nonostante la sua sconfitta territoriale. L’attacco alla chiesa di Mar Elias (Sant’Elia) è il secondo attentato dell’ISIS dalla caduta del regime avvenuta lo scorso dicembre.

Secondo fonti locali, che smentiscono la versione ufficiale, l’attentatore sarebbe un membro di gruppi armati protetti dal regime attuale, sollevando interrogativi inquietanti sui legami tra le strutture di potere e le cellule terroristiche nel paese.

L’attentato di Damasco non rappresenta un episodio isolato nel panorama delle minacce contro i cristiani siriani. Negli ultimi mesi si sono registrate diverse segnalazioni di intimidazioni contro le comunità cristiane in diverse altre aree del paese. Nella provincia di Hama, sono stati segnalati messaggi minatori lasciati su diverse chiese, alimentando un clima di terrore sistematico. Nella città di Homs, gruppi estremisti hanno aperto il fuoco contro l’ingresso della Chiesa siro cattolica di Umm Al Zunnar.

Gli esperti di questioni mediorientali sottolineano come questi attacchi facciano parte di una strategia più ampia volta a spingere i cristiani ad abbandonare definitivamente il Medio Oriente, privando la regione di una delle sue componenti storiche più antiche.

Una delle dinamiche più preoccupanti emerse dopo l’attentato riguarda la tiepida risposta delle autorità di transizione siriane e l’assenza di chiara e ferme condanne da parte di esponenti di governo, politici e religiosi del paese. Mentre il Consiglio Ecumenico delle Chiese e il Vaticano hanno espresso immediate condoglianze e solidarietà, molte voci che dovrebbero rappresentare l’autorità politica siriana hanno mostrato una reazione sottotono.

Il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, ha espresso la vicinanza della Chiesa cattolica ai fedeli greco-ortodossi colpiti, mentre monsignor Georg Bätzing dei vescovi tedeschi ha dichiarato che “i cristiani siriani sono in pericolo di vita” e che “l’omicidio di persone che pregano è uno dei crimini più spregevoli in assoluto”.

L’attentato di Sant’Elia getta ombre pesanti sul futuro delle minoranze religiose nella nuova Siria. Gli analisti evidenziano come i nuovi governanti siriani sembrano “non disposti a proteggere adeguatamente le minoranze”, lasciando spazio a gruppi estremisti per intensificare la loro campagna di intimidazione.

L’attacco rappresenta un momento di svolta nella già precaria situazione delle minoranze etnico religiose in Siria. Secondo fonti storiche, si tratterebbe del primo attentato terroristico perpetrato all’interno di una chiesa cristiana dal 1860, segnando così una drammatica escalation nella persecuzione delle comunità cristiane del paese.

I martiri cristiani di Damasco del 1860 furono vittime dei massacri settari che colpirono la comunità cristiana della città durante i disordini civili.  Migliaia di cristiani furono uccisi da folle musulmane in una serie di attacchi che durarono diversi giorni nel luglio di quell’anno. 

Un gruppo composto da otto frati francescani della Custodia di Terra Santa e tre laici, i fratelli Massabki, uccisi durante questi massacri, precedentemente beatificati da Papa Pio XI nel 1926, sono stati elevati agli onori degli altari come santi martiri della fede cristiana da Papa Francesco il 20 ottobre 2024 in Piazza San Pietro. 

Nel suo discorso, il Patriarca ha invitato il governo siriano ad assumere la propria responsabilità e ha rivolto un messaggio diretto al Presidente di transizione Ahmed Al Sharaa, conosciuto come “Giolani”, quando era leader del gruppo estremista di “Al Nusra” filiale di Al Qaeda, dichiarando: “La vostra telefonata di condoglianze di ieri non è sufficiente, poiché il crimine è grave, ed è il primo del suo genere a colpire i cristiani in Siria dal 1860.”

Le dure e coraggiose parole pronunciate dal Patriarca durante le cerimonie funebri per le vittime sono state accolte da calorosi applausi da parte dei presenti, in una chiara espressione di rabbia e indignazione all’interno della comunità cristiana, che riflette la perdita di fiducia nell’autorità de facto e nel suo leader e suo governo, soprattutto alla luce delle crescenti preoccupazioni per il deterioramento della sicurezza e il ripetersi di crimini simili.

La tv pubblica di Stato ha interrotto in Siria la trasmissione dell’omelia del patriarca durante i funerali, che ha comunque circolato sui social media, suscitando polemiche, indignazione e una pioggia di critiche al governo siriano. Sembra infatti essere finora fallito il tentativo di minimizzare e far passare sotto traccia la strage, complice il silenzio dei media locali per giustificare la timida reazione del governo di transizione guidato da Al Sharaa, diviso tra il tentativo di presentarsi nella sua nuova veste da moderato, e di cancellare il proprio passato come capo di Al Nusra, senza però scontentare i suoi sostenitori e le fazioni estremiste che l’hanno portato al potere, e inserite di recente perfino nelle file dell’esercito regolare.

A confermarlo è il fatto che nessun esponente politico di governo è giunto sul luogo della strage, tranne l’unica donna e ministro cristiana, mentre nel comunicato di condoglianze, si è evitato accuratamente di chiamare Martiri le vittime dell’attentato, per non scontentare una parte dei sostenitori conservatori di Al Sharaa e loro base estremista, che non accetta per principio di porgersi le condoglianze ai Kuffar (Miscredenti), considerato inaccettabile sopratutto ai cristiani e non di fede mussulmana. 

La comunità cristiana siriana affronta inoltre critiche da parte di tanti sostenitori e di tanti gruppi estremisti che oggi fanno parte del nuovo potere politico, per il presunto scarso sostegno alla rivoluzione contro il vecchio regime. Un drammatico dilemma che ha caratterizzato oltre un decennio di conflitto. Dove da un lato, molti cristiani siriani hanno guardato con preoccupazione alla crescente influenza di gruppi islamici radicali all’interno dell’opposizione. Una cautela comprensibile, per la paura di subire persecuzioni religiose sotto un eventuale governo islamico estremista, alimentata dalle testimonianze di violenze settarie in Iraq e dalle minacce esplicite ricevute da alcune fazioni jihadiste.

Dall’altro lato, il vecchio regime ha strategicamente sfruttato queste paure, presentandosi come protettore delle minoranze religiose e ottenendo così un supporto spesso dettato più dalla necessità di sopravvivenza che da vera adesione politica. Questa percezione di “protezione” ha però anche alimentato risentimenti tra alcuni gruppi dell’opposizione.

La realtà è che i cristiani siriani, come tutte le minoranze, si sono trovati intrappolati in un conflitto dove ogni scelta comportava rischi esistenziali. Ridurre la loro posizione a opportunismo o tradimento significa ignorare la complessità di chi ha dovuto scegliere tra la fedeltà a ideali democratici o presunti tali, e la sopravvivenza fisica della propria comunità.

Oggi, con i recenti sviluppi e le nuove autorità al potere, nonostante le promesse, le garanzie, le aperture caute dei governi occidentali, resta da vedere se le promesse di protezione delle minoranze si tradurranno in fatti concreti, e se sarà possibile costruire una Siria dove tutti i cittadini, nessuno escluso, possano sentirsi sicuri, liberi, ed uguali indipendentemente dalla loro fede.

La comunità cristiana siriana, che prima della guerra contava circa 5 milioni di persone, si è già drasticamente ridotta a causa del conflitto, massacri, persecuzioni e emigrazione forzata. Questo nuovo attacco rischia di accelerare ulteriormente l’esodo di una delle comunità più antiche del cristianesimo mondiale.

L’attacco alla chiesa di Sant’Elia si inserisce in un piano ben preciso: colpire i luoghi di culto durante le funzioni religiose per massimizzare l’impatto psicologico e mediatico. Questa strategia mira non solo a causare vittime, ma a terrorizzare un’intera comunità, spingendola all’abbandono delle proprie terre ancestrali.

La scelta di colpire una chiesa nel cuore di Damasco, in un quartiere tradizionalmente cristiano, rappresenta un messaggio chiaro: nessun luogo è sicuro per le minoranze religiose nella nuova Siria. Il fatto che l’attentatore possa essere collegato a gruppi protetti dal governo siriano solleva interrogativi ancora più inquietanti sulla continuità delle reti terroristiche e sulla reale volontà delle nuove autorità di proteggere tutti i cittadini siriani.

La comunità internazionale è ora chiamata a una risposta decisa per impedire che la Siria, al di là della questione “Minoranze e Maggioranza”, diventi un territorio dove l’estremismo religioso possa operare impunemente contro le comunità storiche del paese.

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