Il Baladi nelle note della cantante Dalida

Origine di un termine che ha indicato un filone musicale importante per il mondo arabo (ma non solo)

Di Daniele Michienzi

Dalida è stata senza dubbio una degli artisti che, attraverso la reinterpretazione di canzoni popolari in chiave pop o disco, hanno più saputo restituire vitalità agli elementi del patrimonio culturale popolare.
Italiana ma egiziana di nascita, come cantava nel frizzante brano “Comme disait Mistinguett”, avrebbe importato in Francia, sua patria d’adozione, la sua passione mediterranea che l’ha portata a grandissimi successi e vendite discografiche, seppur con un sottofondo di profonda sofferenza personale. Ciò che impressiona, di Dalida, è la sua capacità di trasporre in francese, con quella sua deliziosa “erre” italiana, canzoni di tutto il mondo facendole sue, come ad esempio fece con “Bambino”, cover del notissimo brano napoletano “Guaglione”, o con il rifacimento della canzone “Itsy Bitsy Teenie Weenie Yellow Polka Dot Bikini” di Vance e Potkriss, di cui interpretò sia una versione francese sia una italiana. Si potrebbero
elencare decine di sue canzoni tratte da brani in spagnolo, in greco o cantate addirittura in giapponese, olandese o ebraico, ma particolare è anche il fatto che nella discografia di quest’artista siano presenti anche vari brani in arabo, lingua della sua infanzia, che riportano direttamente alla sua origine egiziana, dato che crebbe nella Choubrah, quartiere popolare del Cairo. La sua interpretazione più emozionante, forse, per quanto riguarda queste ultime, fu quella della canzone popolare egiziana “Helwa ya Baladi” di Sinoué, “Saada”, “Barnel” e “Liamis” incisa da Dalida nel 1979.

Il baladì di Dalidà

Il testo parla di un grande amore per l’Egitto, infatti la canzone è stata anche un inno cantato dai manifestanti della rivoluzione del 2011, ma ha anche sempre rappresentato, specialmente per gli Arabi della diaspora, che hanno dovuto andarsene dal proprio paese d’origine in cerca di un futuro migliore, la tipica canzone della memoria, il canto struggente della nostalgia e del desiderio di rivedere, un giorno, il proprio amato baladi.

Immagine dalla pagina Instagram di “Loquendum, il prof che sa le parole”


La parola baladi viene solitamente tradotta come “patria” o “luogo originario”, e fondamentalmente rimanda infatti a tutto ciò che riguarda il proprio paese, con un’accezione molto sentimentale. E’ interessante, dal punto di vista linguistico, è che il termine sia stato accolto nella lingua spagnola come un aggettivo, nella forma baladì, con un’accezione un po’ diversa. Quando, infatti, questa parola è entrata nel lessico castigliano, probabilmente nel fecondo periodo dell’Andalusia islamica, l’aggettivo indicava qualcosa di paesano, di relativo al proprio paese e, quindi, in opposizione a parole come straniero. Poiché, nel tempo – e questo fa capire, un po’ ironicamente, come le concezioni cambino negli anni – ci fu forse un periodo in cui la qualità dei prodotti importati dall’estero era percepita automaticamente come migliore visto il maggior costo di vendita, si passarono a definire baladì i prodotti nostrani, di costo minore e caratterizzati da una qualità percepita come più bassa. Questo ha comportato uno shifting linguistico per cui baladì ha iniziato a indicare qualcosa che ha uno scarso valore e che è poco
importante. Negli ultimi anni la mentalità è cambiata e a ciò che è casereccio e nostrano, ad esempio in ambito alimentare, viene attribuito un valore maggiore, considerando anche l’aspetto emotivo e la proiezione sentimentale che si attivano nel consumatore. Oggi, tra l’altro, si va sempre più diffondendo un interesse per la riscoperta di fenomeni culturali nostrani come le lingue minoritarie, il patrimonio delle antiche tradizioni anche artigiane o la musica popolare, ambito nel quale, tra l’altro, il ricco repertorio delle canzoni di Dalida ha sicuramente lasciato un segno importante, che ha un valore di lascito anche per le nuove generazioni.

Immagine dalla pagina Instagram di “Loquendum, il prof che sa le parole”

Daniele Michienzi, professore di lettere al liceo e appassionato di musica e glottologia, ha unito le sue due passioni divertendosi a tradurre canzoni contemporanee in lingua latina. Attraverso la sua pagina Instagram “Loquendum – Il Prof che sa le parole”, nata nel 2024, fa divulgazione parlando in maniera fresca e divertente di temi legati alla linguistica e alle lingue classiche.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Social media & sharing icons powered by UltimatelySocial