Dal 16 al 22 settembre, il quartiere di San Lorenzo a Roma è tornato a essere il cuore pulsante della comunità palestinese in Italia. Negli spazi di Villa Mercede si è svolta la seconda tappa del Falastin Festival, giunto ormai alla settima edizione, un appuntamento che negli anni si è consolidato come punto di riferimento non solo per chi sostiene la causa palestinese, ma anche per una parte più ampia della cittadinanza romana.

La formula di quest’anno ha scelto la dispersione territoriale come strategia: la prima tappa si era svolta a fine giugno al Parco dei Caduti di San Lorenzo, mentre una terza è prevista per ottobre alla Città dell’Altra Economia, nell’ex Mattatoio di Testaccio, sede che aveva già ospitato l’edizione dello scorso anno. Organizzatori dell’evento sono, come da tradizione, la Comunità Palestinese di Roma e l’Associazione degli Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese.

Memoria, prigionieri e comunità europee

Il programma si è aperto all’insegna della memoria politica: la prima giornata è stata dedicata a Marwan Barghouti e a tutti i prigionieri palestinesi, con interventi istituzionali e della società civile — dalla presidente del Municipio II Francesca Del Bello a figure storiche dell’impegno pacifista come Luisa Morgantini e Laura Boldrini, insieme a Marisa Laurito, Moni Ovadia e Tina Marinari di Amnesty International. Nel weekend, spazio all’incontro tra le comunità palestinesi in Europa, a testimonianza della dimensione transnazionale che il festival ha assunto negli anni.

Il cuore politico della settimana si è consumato lunedì 21 settembre, quando il dibattito centrale ha affrontato il tema “Dialogare per un mondo diverso”. La stessa giornata ha proposto anche un incontro sui diritti e sulla dignità del lavoro, mentre la serata è stata riservata alla testimonianza dell’esperienza dei Sanitari per Gaza, la rete di operatori sanitari impegnati sul fronte umanitario.

La musica come linguaggio di resistenza

Accanto al programma di incontri e dibattiti, il Falastin Festival ha confermato la propria identità di festival culturale a tutto tondo, con un nutrito calendario di concerti serali che ha visto esibirsi, tra gli altri, il Nubras On Ensemble e un coro dedicato alle donne, a conferma di come la musica resti per la comunità palestinese uno strumento essenziale di trasmissione della memoria e dell’identità culturale, oltre che di richiamo per un pubblico più giovane e trasversale.

Il format “diffuso” di quest’anno — tre tappe in tre luoghi diversi della città, da giugno a ottobre — racconta un festival che ha scelto di non esaurirsi in un’unica settimana, ma di scandire l’autunno romano con appuntamenti ricorrenti. Il prossimo, a ottobre alla Città dell’Altra Economia, chiuderà un percorso che nel 2026 ha attraversato memoria dei prigionieri, solidarietà internazionale, diritti del lavoro, sanità a Gaza e musica dal vivo — confermando Roma come una delle piazze italiane più attive nel tenere vivo il racconto della Palestina attraverso la cultura.










