Diritti e libertà: l’effetto boomerang quando l’Occidente vacilla

Di Naman Tarcha

Il futuro dei diritti LGBTQ+ nel mondo arabo è legato a doppio filo con la tenuta delle democrazie occidentali. In un mondo sempre più interconnesso, la libertà è indivisibile: o avanza ovunque, o arretra dappertutto.

Paradossalmente, le crescenti difficoltà che la comunità LGBTQ+ sta affrontando anche in alcuni paesi europei e negli Stati Uniti sembrano aver fornito nuove argomentazioni ai regimi oppressivi e conservatori del mondo arabo. Nel Regno Unito assistiamo ad una preoccupante regressione con la stretta sull’Illegal Migration Act, che prevede anche misure per espellere e rinviare i richiedenti asilo, in alcuni Paesi non sicuri per le persone Lgbtq+. Il divieto del Pride nell’Ungheria di Orban, sotto il silenzio complice di alcuni governi europei, è l’ultimo esempio di questa regressione.

Questa situazione crea un pericoloso effetto domino: quando i paesi occidentali, tradizionalmente considerati progressisti sui diritti civili, mostrano segni di arretramento, i regimi autoritari ne approfittano per giustificare le proprie politiche discriminatorie. Il messaggio implicito diventa: “Vedete? Anche l’Occidente sta ripensando questi ‘eccessi’ di libertà”.

Le leggi anti LGBTQ+ approvate in alcuni stati americani e l’ascesa di movimenti conservatori in Europa non passano inosservate nel mondo arabo. Alcuni leader religiosi conservatori hanno perfino accusato l’Occidente di esportare l’omosessualità nel mondo arabo, ma ora possono anche trovare sostegno alle loro tesi nelle stesse democrazie occidentali che sembrano fare marcia indietro.

Questa dinamica geopolitica trasforma i diritti LGBTQ+ in un terreno di scontro ideologico globale, dove ogni passo indietro dell’Occidente diventa una vittoria propagandistica per i regimi oppressivi. 70 paesi nel mondo continuano fino ad oggi a criminalizzare la condotta sessuale tra persone dello stesso sesso, e le regressioni occidentali forniscono loro nuove giustificazioni per mantenere lo status quo.

La questione che molti attivisti si pongono è se un giorno sarà possibile vedere una parata del Pride nelle capitali arabe. Le prospettive appaiono complesse e contraddittorie. Da un lato, le conquiste dei diritti ottenuti in Occidente stanno influenzando gli omosessuali nei paesi arabi, spesso con risultati inaspettati. Dall’altro, la polarizzazione geopolitica sembra aver irrigidito le posizioni, trasformando la negazione dei diritti LGBTQ+ in un simbolo di resistenza all’influenza occidentale.

Nonostante il quadro apparentemente pessimista ed immobile, esistono segnali di un cambiamento sotterraneo. La diffusione di internet e dei social media ha creato spazi virtuali dove i giovani arabi LGBTQ+ possono connettersi, condividere esperienze e trovare supporto. Inoltre, la crescente diaspora di rifugiati LGBTQ+ in Europa sta creando reti transnazionali che potrebbero, nel tempo, influenzare la società, tramite la cerchia ristretta di famiglia e parenti, sempre più incline all’accoglienza anche nei loro paesi d’origine.

La letteratura queer in lingua araba sta emergendo, aiutando a riscrivere i termini della maschilitá e della queerness nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa, contro ogni semplificazione, contro ogni stereotipo. Questi sono semi di un possibile cambiamento culturale che potrebbe precedere quello politico.

Il fattore tempo appare cruciale. Le generazioni più giovani del mondo arabo, cresciute in un’era di connettività globale, mostrano atteggiamenti più aperti rispetto a quelle precedenti. Tuttavia, il cambiamento generazionale deve fare i conti con strutture politiche autoritarie che vedono nei diritti LGBTQ+ una minaccia al proprio controllo sociale.

La possibilità di vedere un Pride al Cairo, Riad o a Damasco dipenderà non solo dall’evoluzione delle mentalità locali, ma anche dalla capacità dell’Occidente di mantenere salda la propria leadership sui diritti civili. Ogni regressione occidentale rallenta il progresso globale, mentre ogni conquista può accelerare il cambiamento anche nelle società più conservatrici.

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