Dal Niqab al volante: l’Arabia Saudita riscrive il manuale delle “Libertà delle donne”

Di Naman Tarcha.

Chi l’avrebbe mai detto? Il regno che fino a ieri faceva sembrare il Medioevo un’epoca progressista, oggi sforna caute riforme sui diritti delle donne con la stessa velocità con cui un tempo emanava divieti. L’Arabia Saudita di Mohammed Bin Salman sta vivendo una trasformazione che farebbe impallidire persino i più ottimisti sostenitori del cambiamento graduale.

Ecco cosa succede quando il futuro bussa alla porta e non chiede il permesso. Era il 2017 quando il giovane principe ereditario annunciò la sua Vision 2030, un piano tanto ambizioso quanto necessario per svezzare il regno dalla dipendenza petrolifera. Ma chi si aspettava che la diversificazione economica includesse anche la “diversificazione” dei diritti umani? Evidentemente, Bin Salman ha capito che non si può costruire una società moderna mantenendo metà della popolazione sotto chiave.

Il primo colpo di scena arrivò nel settembre 2017: le donne potranno guidare! La notizia fece il giro del mondo più velocemente di una Ferrari in autostrada.

I dati parlano chiaro, e anche loro sembrano sorpresi. La partecipazione femminile alla forza lavoro è schizzata dal 20% del 2018 al 35% del 2023. Non male per un paese che fino a poco fa considerava “lavoro delle donne” solo quello di fare figli e preparare il kabssa.

Nel 2019, il regno ha eliminato l’obbligo per le donne maggiorenni di ottenere il permesso del tutore maschile per viaggiare all’estero. Rivoluzionario? Assolutamente. Tardivo? Solo di qualche secolo.

L’Abaya: Da obbligo a scelta (Con Qualche Asterisco)

Una delle dichiarazioni più clamorose di Bin Salman arrivò nel marzo 2018, quando affermò che le donne saudite non erano obbligate a indossare l’abaya nera o il hijab, purché il loro abbigliamento fosse “decente e rispettoso”. La decisione, disse, era “interamente lasciata alle donne”. Tradotto dal diplomatichese: “Ragazze, potete anche vestirvi di rosa shocking se vi va, purché restiate ‘modeste’ secondo i nostri parametri.”

Ora, il concetto di “decente e rispettoso” resta più elastico di un leggings da yoga e varia a seconda di chi interpreta e dove ci si trova nel regno. Nelle grandi città come Riyadh e Jeddah, vedere donne in abiti colorati senza l’abaya tradizionale, la lunga tunica nera con il velo integrale, è diventato comune quanto vedere un cammello nel deserto. Nelle aree più conservatrici? Beh, diciamo che l’interpretazione della “decenza” rimane piuttosto tradizionale.

La realtà pratica è che mentre la legge non impone più formalmente l’abaya, la pressione sociale e le aspettative culturali fanno sì che molte donne la indossino comunque. È il classico caso di “puoi, ma forse è meglio se non lo fai troppo”.

Nel Gennaio 2018 arriva anche il passaggio negli stadi: Dall’apartheid di genere al tifo misto. Per la prima volta nella storia, le donne entrano negli stadi di calcio. Il risultato? Il tifo è raddoppiato, l’atmosfera è migliorata e, sorpresa delle sorprese, il mondo non è finito. Chi l’avrebbe mai immaginato che permettere alle donne di urlare “Goal!” non avrebbe causato l’apocalisse?

Oggi oltre il 40% degli spettatori agli eventi sportivi sono donne. Questo vale anche per i concerti, spettacoli e teatro. E no, non stanno lì solo per fare da decorazione: gridano, protestano, e mangiano popcorn, sorridono, e cantano esattamente come i loro maschi.

Nel 2021, tocca al Business delle donne, segnare il passaggio dall’Invisibilità all’Imprenditoria. Il 35% delle nuove imprese saudite era guidato da donne. Un balzo quantico per un paese dove, fino a qualche anno fa, l’unica “attività imprenditoriale” femminile riconosciuta era gestire la casa. Oggi le donne saudite fondano startup, dirigono aziende e, udite udite, possono anche aprire un conto in banca senza l’autorizzazione del tutore mascolino.

Nelle università invece, il 60% dei laureati sono donne. Evidentemente, quando togli gli ostacoli burocratici e sociali, le donne dimostrano di avere un cervello funzionante. Chi se lo sarebbe aspettato?

Naturalmente, non tutto è rose e fiori in questo giardino delle riforme. L’Arabia Saudita resta un paese dove il dissenso è accolto come un virus in una casa di cura. Il messaggio sembra essere: “Va bene progredire, ma solo secondo i nostri tempi e le nostre regole.” È il paradosso di una rivoluzione dall’alto: modernizzazione sì, ma guai a chi va troppo veloce o chiede troppo in fretta.

Guardando i numeri e le tendenze, è difficile non essere ottimisti. L’Arabia Saudita di oggi ha più donne manager, imprenditrici, pilote e tifose di quante ne abbiano mai avute nella loro storia millenaria. La Vision 2030 punta al 30% di partecipazione femminile alla forza lavoro entro la fine del decennio, e a questo ritmo potrebbero persino superare l’obiettivo.

Certo, resta da vedere se queste riforme sopravvivranno ai cambi di leadership e alle pressioni conservative interne, storditi dai cambiamenti, e in piedi di guerra per salvare l’onore e l’orgoglio in nome dell’interpretazione retrograda della religione. Ma una cosa è certa: è più facile rimettere il dentifricio nel tubetto che convincere una donna che ha assaggiato la libertà a rinunciarvi.

L’Arabia Saudita del 2025 non è più quella dei manuali di storia. È un paese che ha scoperto che permettere alle donne di guidare, lavorare, viaggiare e tifare non ha causato il crollo della civiltà. Le dichiarazioni di Bin Salman sulla libertà di abbigliamento, tornano questi giorni sui social arabi, e riaccendono i riflettori su uno degli argomenti più sensibili del mondo arabo: La libertà delle donne. Una conferma che queste dichiarazioni, seppur con i loro limiti interpretativi, hanno comunque segnato un punto di svolta simbolico importante.

Anzi, l’economia va meglio, la società è più dinamica e persino il turismo è in crescita. Certo, la strada verso una piena uguaglianza è ancora lunga e piena di contraddizioni, ma il progresso c’è stato ed è tangibile. E se questo significa che le donne saudite possono finalmente decidere cosa indossare, dove andare e cosa fare della loro vita, beh… meglio tardi che mai.

Il futuro? Probabilmente meno veli e più opportunità. E francamente, era ora.

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