Diario di viaggio ad Algeri: “Il tempo scorre più lento che altrove”

Di Francesco Rapaccioni

Reportage fotografico di Paolo Properzi

Chissà perché avevo sempre immaginato che Algeri fosse una città in pianura, esattamente al centro di un golfo, le diverse parti della città concentriche a partire dal mare e dal porto: la parte ottomana sovrapposta a quella romana e paleocristiana, poi intorno la parte coloniale, infine, terza corona, la parte postcoloniale. Invece Algeri si trova all’estremo occidente della baia, arrampicata sul costone di una montagna che quasi strapiomba nel Mediterraneo. Bastava guardare su Google per saperlo, ma io non l’avevo fatto. E dunque sono rimasto senza parole..

Algeri è una città verticale, aggrappata sul fianco di alture che, a partire da occidente, digradano verso oriente, seguendo morbidamente la perfetta linea curva della baia. Vertiginose scalinate e tortuose vie in salita/discesa percorrono il pendio, sui cui terrazzamenti sono state costruite le case e i palazzi. Al capo occidentale del golfo è la Casbah coi suoi muri sbriciolati, poi, subito a oriente, la città francese nata nell’Ottocento e arrivata al massimo splendore all’inizio del Novecento, infine, ancora più a est lungo la baia e a sud, oltre i monti, la città contemporanea, con le sue anonime costruzioni socialiste di cemento e piastrelle monocolore.

Algeri è una città sorprendente, bellissima, che non assomiglia ad alcun’altra. Le facciate decadenti dei condomini dell’epoca coloniale, tutti ammantati di un bianco oggi sporco e sbiadito, interrotto dall’azzurro delle ringhiere e delle imposte. Su quel bianco onnipresente, che lega architettura ottomana, coloniale e postcoloniale, si riflette un mare azzurrissimo, che non sempre vedi ma il cui odore ti accompagna in ogni istante.

Algeri vive in una dimensione parallela a quella europea: non è città arretrata ma appare in un momento contemporaneo al nostro eppure non coincidente. Il modo migliore di conoscerla è camminare senza meta e osservare: i lussuosi palazzi del centro dalle cui imponenti balconate si affacciano a fumare uomini in canottiera, le vie della Casbah percorse da fili con panni che garriscono al vento, bambini che rincorrono palloni lungo le erte scalinate con le loro ciabatte in plastica, gli odori velatamente speziati di tajine e kebab, i murales di argomento politico o storico che rendono i muri gallerie d’arte all’aperto.

L’intenzione speculativa inglese ha creato, sul finire del Settecento, magazzini portuali lungo la curva dove si originano i moli e, al di sopra di essi, un terrapieno dove oggi corrono ampi viali su cui si affacciano i palazzi del potere e da dove la vista spazia sul Mediterraneo azzurro: la stazione ferroviaria, al livello inferiore rispetto ai viali porticati, è tale e quale la dipinse Albert Marquet più di cento anni fa. I viali rettilinei sono intervallati da piazze quadrate che si affacciano sull’infinito del mare e dove ammirare chiese e moschee, teatri e hotel, negozi e mercati e un’infilata di portici che sembra non finire mai.

Bianco è il colore che uniforma tutto: gli edifici sbreccati della Casbah, le linee continue dei palazzi francesi, gli impressionanti condomini di Fernand Pouillon, il parallelepipedo dell’università, un parallelepipedo orribile e deturpante occupato da un hotel collinare, l’antica moschea dei pescatori, le chiese. Un bianco omologante, eppure in grado di sottolineare epoche e stili in infinite sfumature che mai stancano e mai esauriscono le emozioni.

Passeggiare per Algeri, di giorno e di sera, dà un senso di tranquillità, senza caos, senza fretta, come se il tempo scorresse più lentamente che altrove. Sedere all’aperto in uno degli innumerevoli Salon de Tè è un’esperienza: il dolce del tè zuccherato, dove immergere foglie di menta fresca, contrasta con il salato delle mandorle.

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